Armenia
Sono appena rientrato da un “viaggio stampa” in Armenia, come si definisce questo tipo di viaggi organizzato da un ente turistico o un’agenzia incaricata dal Paese stesso di promuovere il turismo, attraverso la produzione di reportage su testate nazionali, presso il pubblico, in questo caso italiano. Non partecipo molto spesso, anzi, quasi mai a questo tipo di viaggi perché essendo in gruppo, non ho le libertà tipiche di un fotografo, come le levatacce all’alba, che d’estate vuol dire intorno alle 5 del mattino o cogliere la luce bella del tardo pomeriggio che, sempre d’estate, coincide con l’orario in cui si deve cenare. Non essendo mai stato in Armenia prima d’ora, però, ho accettato comunque, sperando di avere almeno la possibilità di fare qualche scatto negli orari che servono a me e anche come un primo approccio, un sopralluogo, per un eventuale viaggio da solo in futuro.
Ero molto curioso e non avevo grandi informazioni sul Paese e sulla gente. Sapevo dei tanti monasteri ortodossi, ma la mia conoscenza si fermava lì o poco più. L’Armenia è stato un Paese che ha fatto parte dell’Unione Sovietica e solo nel 1991, a seguito di uno storico referendum popolare, si è resa indipendente. Ma resta molto dell’eredità sovietica, sia nell’architettura che anche nel sistema scolastico. Per esempio ancora oggi a scuola è obbligatorio studiare scacchi e musica e moltissimi armeni parlano e capiscono il russo. La storia del Paese è abbastanza turbolenta anche se non sono la persona più indicata e questo il luogo adatto per parlare di storia armena. Ma non si può non citare l’infinita guerra con la Turchia, vicino ingombrante e “prepotente” a cui si deve il massacro di 1 milione e mezzo di armeni nel 1915, “genocidio” riconosciuto da molti Governi del mondo tranne, appunto, da chi lo ha pianificato ed attuato, la Turchia. Risultato è che le frontiere tra i due Paesi sono chiuse. Impossibile poi, non ammirare le iconiche due vette imbiancate dell’Ararat, storicamente territorio armeno e oggi in Turchia.
Identificato fin dal Medioevo come il luogo, descritto nella Genesi, sulle cui pendici si posò l’Arca di Noè dopo il Diluvio universale, l’Ararat, in realtà un vulcano dormiente, riveste un ruolo centrale nella costruzione dell’identità del popolo armeno, il primo al mondo ad abbracciare il cristianesimo come religione di Stato. Si erge possente nell’attuale regione turca dell’Anatolia orientale, la porzione ovest di quello che ancora adesso è chiamato Altopiano armeno, una vasta area storicamente nota come Armenia occidentale. Dopo il crollo dei grandi stati armeni dell’antichità, la montagna è passata sotto il dominio di diversi imperi. Per tutta la seconda metà dello scorso millennio, la vetta e le sue regioni occidentali sono state controllate dagli Ottomani, mentre le aree a est prima dai Persiani, poi dalla Russia zarista. Ciò che non è mai mutato è stata la presenza costante degli armeni in queste terre. Finché, tra il 1915 e il 1917, le autorità ottomane non misero fine a secoli di vita armena intorno all’Ararat, con quello che l’Italia e altri 33 Paesi, in accordo con il consenso della comunità accademica, riconoscono come un genocidio. I massacri e la pulizia etnica dei sopravvissuti proseguirono anche durante la guerra d’indipendenza turca, scaturita in seguito alla sconfitta dell’Impero ottomano nel primo conflitto mondiale. E quando i confini nella regione vennero ridefiniti, l’Ararat si trovò all’interno della nuova Repubblica di Turchia, istituita nel 1923. Non esiste una cartolina della capitale armena in cui non compaiano i contorni delle sue due vette principali, più o meno distinte a seconda delle condizioni atmosferiche. Si dovrebbe parlare ancora pure del conflitto con l’Azerbaigian, l’altro “ingombrante” vicino orientale, ma chi vuole può cercare sicuramente cenni più accurati in rete.
Tornando al viaggio, si è creato un bel rapporto con i colleghi, ci siamo divertiti, abbiamo mangiato in ottimi ristoranti e scoperto che la cucina armena predilige le verdure, fatte in mille modi diversi, ed è molto saporita, qualcosa che noi forse abbiamo dimenticato. Così come la frutta. L’Armenia è famosa per le albicocche, e a ragion veduta, dolcissime e mediamente più grandi delle nostra. Ma anche tantissime ciliegie, gelsi e così via. Frutta di un sapore senza uguali, almeno paragonata alla nostra frutta. Ani, la nostra guida, parlava perfettamente l’italiano avendo studiato in Italia per tanto tempo ed è stata una utilissima fonte di informazioni. Le foto che seguono sono solo un piccolo riassunto del viaggio, tanto più che ce ne sono ancora tantissime, la maggior parte, da lavorare e ottimizzare prima della pubblicazione, a Settembre, su LatitudesLife.








































