Viaggio in bici nel Pollino lucano
Qualche settimana fa, su invito del “fratello” e collega Enrico Caracciolo, partecipo insieme ad altri giornalisti ed esperti cicloturisti, alla scoperta di una parte del Parco Nazionale del Pollino, quello lucano, in bici. Per il momento la parte calabrese resterà inesplorata, almeno da me. Partiamo col dire che di tutto il gruppo ero quello più a digiuno di bici. In questo mi faceva buona compagnia Andrea, il videomaker di Viatoribus, il quale era anche lui più o meno nelle stesse mie condizioni ciclistiche, cioè vicine allo zero. Per precisare, il giro era si in bici, ma a pedalata assistita considerate le pendenze del massiccio lucano. L’organizzazione forniva le bici anche se qualcuno è venuto con la sua, tra cui la indomita Fabrizia, collega di lungo corso con la quale sia Enrico che io abbiamo spesso incrociato il cammino anche se, in bici, è stata la prima volta. Ecco, l’unica a non aver voluto usare la e-bike è stata proprio lei che ha preferito invece, venire con la sua compagna di sempre, una bici muscolare.
Per tre giorni abbiamo abitato il silenzio minerale del Parco Nazionale del Pollino con il ritmo lento dettato dai pedali, scegliendo Rotonda come base per esplorare uno dei paesaggi più vasti e selvaggi dell’Appennino meridionale. E all’interno del paese viviamo l’esperienza del “villaggio” accolti dal Borgo Ospitale un albergo diffuso le cui camere, con tutti i comfort, restituiscono il concetto di vivere il villaggio come un nativo, nelle case degli abitanti. Qui a Rotonda il viaggio non si misura in chilometri, ma nella capacità di lasciarsi attraversare dalla montagna: dalle sue strade antiche, dai boschi smisurati, dalla luce che cambia improvvisamente dietro una curva.
Il viaggio inizia con un ritmo calmo, la bici che scivola lungo strade di terra battuta, circondate da prati sconfinati, fiumi che scorrono lenti e cavalli liberi. Rotonda, con il suo carattere antico, si svela tra vicoli in pietra e profumi di fiori, Vigianello, invece, ci accoglie con la sua piazza viva laddove la gente del posto intreccia racconti. Ogni pedalata è un respiro, ogni passo un incontro con l’anima selvaggia del Pollino. Nel cuore mistico del Pollino, il tempo si dilata come un sogno. Le pedalate sono incantesimi, il paesaggio si apre come un libro di leggenda: pini loricati si ergono come guardiani del tempo mentre cavalli selvaggi brucano accanto a noi all’ombra del massiccio ancora innevato di questi periodi.
Ma è entrando nelle faggete che il viaggio cambia davvero dimensione. Le foreste del Pollino sono immense, profonde, attraversate da un’ombra continua che modifica il tempo e il suono. In alcuni tratti il fogliame è così fitto da cancellare completamente il cielo: si pedala dentro una cattedrale vegetale dove i raggi di sole riescono appena a filtrare. Le ruote scorrono su strade fresche e umide, mentre il profumo delle foglie e del muschio accompagna ogni salita. Il silenzio è quasi assoluto, interrotto soltanto dal fruscio del vento.
La sera, anche per me che pedalavo poco, la ricompensa è stata sempre al tavolo di una offerta gastronomica semplice, ma dai sapori antichi, quei sapori che quasi non conosciamo più con al centro il protagonista per eccellenza della cucina lucana, il peperone crusco!
Questo breve giro finisce con la scoperta di un lembo di terra che, nascosto alla massa, conserva intatto il suo fascino antico così come con la scoperta di nuovi amici, colleghi, compagni di viaggio che spero di rincontrare al più presto.
















