28 Mar 2026

India parte 2 – Uttar Pradesh & Rajasthan


Lasciamo Calcutta che sembriamo reduci da una guerra. E in effetti la guerra è ancora dentro di noi. Chi più chi meno. Chi ha cominciato prima è già quasi fuori dalla fase acuta, ma chi ha risposto in ritardo, la vive ora. Sui divanetti della hall sorseggiamo un the caldo non sapendo se il nostro corpo lo prenderà come una ulteriore offesa o una carezza. Il nostro volo per Delhi parte al mattino quindi lasciamo l’albergo sul presto. Salutiamo qui l’autista con il suo pulmino che ci ha scarrozzato per Calcutta. La nostra guida purtroppo non c’è perché abita lontano. Era rimasto il giorno precedente ad aspettarci tutta la mattina, ma nessuno se l’è sentita di andare in giro nelle condizioni in cui eravamo e quindi lo abbiamo “liberato”. Da Delhi e per tutta la continuazione del viaggio avremo un nuovo minivan e un nuovo autista. Le guide locali, invece, saranno diverse per ogni destinazione.

Arrivati in aeroporto e scaricati i bagagli, mandiamo in stiva le valigie grandi per poi andare ai controlli di sicurezza con le borse piene di attrezzature fotografiche, cavetti, hard disk, batterie e power bank. Insomma la dotazione standard dei fotografi digitali. Ecco, i controlli di sicurezza degli aeroporti indiani, sono fonte di stress per noi occidentali. Il concetto di “tempo” per gli indiani è diverso dal nostro. Pensare di sbrigare i controlli con i tempi a cui siamo abituati, è un approccio che porta solo alla frustrazione. Cominciamo ad averne un assaggio quando, passato il metal detector, c’è un solerte militare con in mano un rilevatore di metalli a forma di mazza da baseball che controlla centimetro per centimetro ogni piega dei vestiti. Ci si domanda, ma se il metal detector non ha suonato, perché farci il massaggio con la mazza da baseball? Lui non la pensa così. Anzi, lui non pensa, “massaggia” sadico. Ma il peggio deve ancora arrivare. Messe le borse sotto i raggi X come al solito, tutte, ma proprio tutte, vengono selezionate per il controllo manuale. Non solo le nostre ma anche di tutti gli altri passeggeri. E anche qui la domanda viene spontanea. Ma perché utilizzare il macchinario a raggi X se tutte le borse vanno comunque controllate a mano? Mistero degli aeroporti indiani. Per farla breve passiamo l’ora seguente ad aprire ogni cerniera di ogni tasca, tutti i grovigli di cavi ordinatamente arrotolati vengono smontati uno per uno, i power bank vengono soppesati a occhio per valutarne la pericolosità, le borse ripassano “vuote” sotto l’inutile macchinario a raggi X che, a questo punto, immagino sia piazzato lì solo per scena. Tutti i controlli manuali vengono fatti rigorosamente senza alcun guanto, ma rovistando a mani nude in mezzo a tutti gli oggetti che faticosamente, chissà come, eravamo riusciti a ordinare nelle borse da cabina. Dopo tutto questo tempo, alla fine, riceviamo il sospirato “ok” e ricominciamo a impacchettare tutto. Sembra finito, pronti per la partenza. Invece no. Meet, dal Tour Operator, mi chiama per dirmi che in una delle valigie da stiva c’è un oggetto non ammesso. La domanda che ancora mi sto facendo è come abbia fatto ad arrivare questa notizia al mio contatto quando lui non era con noi in aeroporto ma in ufficio. Fatto sta che mi dice di contattare una hostess di terra del nostro volo che si occuperà di far passare a ritroso uno del gruppo attraverso i controlli per andare a rimuovere l’oggetto non ammesso. Anche qui il concetto del tempo è dilatato. Mentre l’orario della partenza si avvicina, non si riesce a tornare fuori alle valigie da stiva. Il motivo si chiarisce quando dopo poco si forma una fila, del nostro stesso volo, con lo stesso tipo di problema.

Risolto, finalmente si parte per Delhi. Un volo di poco più di due ore per coprire i 1500 km di distanza dalla capitale del West Bengala alla megalopoli dell’India che con i suoi quasi 32 milioni di abitanti è la terza o quarta metropoli più popolosa al mondo. Un volo tutto sommato tranquillo tranne per un breve svenimento di un nostro compagno di viaggio indebolito dagli eventi dei giorni precedenti. A Delhi incontriamo la hostess che ci accoglie e ci porta al pulmino. Qui conosciamo il nostro nuovo autista, un signore indiano dai modi gentili ma dal nome impronunciabile che sarà il nostro driver. L’interno del bus, in pelle e boiserie, dà l’idea di essere in business class. Ci dirigiamo subito verso Vrindavan dove alloggeremo per le due notti seguenti e dove vivremo l’esperienza dell’Holi. Città sacra, alla stregua di Varanasi, qui è proibito consumare ogni forma di carne come forma di rispetto verso la religione indù. Ma di Vrindavan e dell’Holi, si parlerà nell’ultima parte di questa trilogia di viaggio. Noi continuiamo verso Agra e il Taj Mahal che vediamo nello stesso pomeriggio in cui arriviamo perché il giorno dopo è chiuso. Il mattino seguente ci muoviamo prima dell’alba. Il Taj Mahal si staglia nel cielo rosso, riflesso dalle acque dello Yamuna, il fiume che scorre proprio sotto. Siamo in formazione ridotta oggi, due del gruppo hanno preferito riposare un po’ di più. La nostra guida ha qualche remora nel farci arrivare fino alla riva perché, dice, è chiusa per ragioni di sicurezza. “Facciamo gli indiani” e tra Google Maps e orientamento visivo, finalmente troviamo il punto migliore. Sfruttiamo ancora un po’ la luce del mattino per poi rientrare in hotel e, dopo colazione, partire per Jaipur, la città rossa.

A Jaipur arriviamo la sera dopo un lungo viaggio e, una volta in hotel, tra un cocktail di benvenuto e uno snack, incontriamo la nostra guida, Nidhi. E’ sera e siamo stanchi, ma ci mettiamo d’accordo per l’indomani. Entriamo in stanza, doccia, cena e un po’ di riposo. Le giornate a Jaipur si svolgono piene, Nidhi ci porta in giro, sa il fatto suo e ci racconta qualche curiosità sulla sua città. Ripartiamo da Jaipur dopo aver visitato un posto, fuori città, dove tingono le tele, lunghissime, che poi stendono su tralicci altissimi. Prossima destinazione Bikaner, l’unica città che nei miei precedenti giri “indiani” non avevo mai visto. Siamo già nel deserto del Thar, luogo affascinante e Bikaner era una stazione di sosta per le carovane che attraversavano il deserto. La città si rivela essere molto interessante, non solo per il forte Junagarh ma soprattutto per la sua movimentata attività nel centro cittadino dove si incrociano mezzi a motore, le immancabili vacche e tanta gente che, per evitare i tuc tuc, le mucche e i motorini, è costretta a “danzare” negli spazi vuoti. La mattina dopo, sempre all’alba, scopriamo i Cenotafi, monumenti tombali che, a questo’ora, sono solo per noi.

La destinazione successiva, che è anche l’ultima tappa di questo viaggio indiano, è Jaisalmer, la città gioiello del deserto del Thar, a mio avviso uno dei posti più magici dell’intera India. A soli 150 km dal confine pakistano, Jaisalmer è anche il più avanzato avamposto delle forze militari di terra e di aria indiane. Il vicino islamico è turbolento e non dei più pacifici, per cui questa è tutta zona di interesse militare. Ma poco cambia. Jaisalmer è un posto incredibile, a cui sono legato da ricordi indelebili. In alto domina la città fortificata protetta da 99 bastioni. È l’unica cittadella fortificata indiana al cui interno si abita e si vive normalmente. L’accesso alla fortezza è una salita che, sinuosa, si snoda tra più porte che servivano a proteggere dalle invasioni. È un continuo chiamare per accogliere i turisti in cafè, negozietti, ristoranti che si aprono sui bastioni e che si affacciano di sotto. Qui le fotografie vengono da sole, basta aspettare un poco. Una meraviglia da non perdere in città è quella che una volta era la casa di una ricca famiglia, la Patwon Ki Haveli, un capolavoro ricamato nella pietra. Ho il tempo di farmi incornare da una mucca prepotente che non voleva condividere il vicolo con me e torno a casa con una infezione intestinale non del tutto guarita e un livido viola grosso come un’arancia sul costato. Ma l’India vale sempre e comunque la pena, non importa quali siano i sacrifici da fare. Le foto che seguono sono un po’ il riassunto di quanto appena letto.