India parte 1 – Calcutta
Rientrato da qualche giorno da un giro in India, tra Calcutta, Uttar Pradesh e Rajasthan durato due settimane. Ho guidato, come capita spesso, un piccolo gruppo di amici appassionati fotografi tra mercati, luoghi e abitudini che conosco abbastanza bene per cercare di fermare al meglio, negli occhi e nella mente prima ancora che nei sensori delle camere, il caleidoscopio di colori, volti e attività di cui l’India è ricchissima. Cominciamo col dare a Cesare ciò che è di Cesare. Devo ringraziare il referente indiano, i miei contatti in loco che hanno organizzato il nostro viaggio. E’ stata un’organizzazione “quasi” perfetta. Il “quasi” lo aggiungo perché la perfezione non è di questa terra. Ma devo dare atto a Pankaj e Meet, che avevo incontrato qualche anno prima al World Travel Market di Londra, di una comunicazione quotidiana rapida ed efficace nel periodo di stesura del programma. Ad ogni quesito o dubbio la risposta è arrivata a strettissimo giro. Una cosa che apprezzo moltissimo sul lavoro, nessuno ha tempo da perdere. Rispondere subito e spesso già con la soluzione al problema è un segno di rispetto, prima ancora che di organizzazione. E alla Distant Frontiers sanno sicuramente il fatto loro, non solo nelle soluzioni, ma anche nella comunicazione in tempo reale, fatte salve le differenze di fuso orario. Quindi, grazie ancora a tutto il team indiano che ci ha aiutato con consigli e soluzioni. Avevo chiesto di prediligere alberghi eleganti e di charme, cercando, laddove possibile, di evitare gli anonimi hotel di catene internazionali che, per quanto belli, non avrebbero restituito il sapore locale. E devo dire che tutti gli hotel sono rientrati a pieno titolo in quell’idea di eleganza coloniale che molti di noi hanno in mente quando pensano alla Compagnia delle Indie o al successivo periodo gestito direttamente dalla Corona Britannica.
Per una questione di lunghezza e anche per poter mettere qualche immagine in più, suddividerò questo Blog “indiano” in tre parti. La prima, questa, dedicata a Calcutta. La seconda al Rajasthan e la terza all’Holi, la festa dei colori che merita un articolo a parte.
Il nostro viaggio comincia da Roma dove la sera prima della partenza, ospite di mio cugino Ettore, saluto l’Italia con una ottima cena di uno chef di Vietri sul Mare ormai radicato nella Capitale. Il cibo italiano mi mancherà, già lo so. Non sono un grande fan della cucina indiana, per quanto sia consapevole che è solo un mio limite. E’ una cucina ricca di spezie, sapori e colori e che cambia radicalmente a seconda della zona dove si viaggia. Il giorno dopo ci ritroviamo a Fiumicino per la prima tratta da Roma a Abu Dhabi senza immaginare minimamente quanto vicini saremo a trovarci nel mezzo di un teatro di guerra. Solo il giorno dopo essere arrivati a Calcutta scopriamo che gli Emirati sono stati fatto oggetto di lancio di missili iraniani e che i voli da e per quella zona del mondo sono bloccati a tempo indeterminato. Chi si è trovato di passaggio o in partenza da lì subito dopo il nostro passaggio, è rimasto bloccato senza poter andare più avanti nè indietro. Come inizio del viaggio, non male.
Calcutta ci accoglie con la solita aria da grande città un pò “délabré”, il solito caldo umido e la solita coltre di smog bianco che rende tutto incolore. Ma il fascino di Calcutta è proprio in queste cose. Di sicuro non è il massimo arrivare dall’Europa, a maggior ragione per chi arriva in India la prima volta nella vita e confrontarsi subito con Calcutta. Forse l’inizio più complicato per approcciarsi all’India. La Calcutta che trovo oggi non è quella che ho visto la prima volta nel 1995, ma sicuramente nemmeno io sono quello di allora. E i ricordi giocano nella mente. Arriviamo in albergo a notte inoltrata, sono le 4 del mattino anche se il nostro bioritmo ragiona ancora con l’ora italiana per cui sono “solo” le 23.30. L’albergo si trova in una stradina, a quest’ora deserta, e sembra che non ci sia spazio sufficiente per nessun edificio, figuriamoci un hotel. Invece, una volta entrati con il pullmino nel passo carrabile, si apre una bella struttura coloniale le cui pareti sono ricoperte da foto di ospiti illustri di altri tempi. Il tempo di registrarci e andiamo in camera. Mentre ci stiamo preparando per qualche ora di sonno prima di tornare fuori e iniziare a scoprire Calcutta, il lamento del muezzin che chiama i musulmani alla preghiera dell’alba, ci fa sobbalzare. Sembra di averlo in camera e questo sarà un problema, purtroppo. Siamo nel mese del Ramadan e adesso i richiami alle regole dell’Islam, tra cui le 5 preghiere giornaliere, sono ancora più rigidi.
Dopo qualche ora è già mattina. C’è una cosa urgente da fare prima di ogni altra. Anzi, due. Cambiare gli Euro in Rupie. E comprare una sim locale che ci dia accesso a internet sul cellulare senza spendere fortune in roaming. La prima è facile e veloce. Per la seconda, invece, le cose sono molto più complicate. L’India è una Paese fortemente burocratizzato, per ogni singola formalità ci sono pacchi di carte da firmare e autorizzazioni da ottenere. Così, comprare una sim, moltiplicato per sei, si rivela essere un “lavoro” di diverse ore tra l’installazione della sim card nel cellulare all’attivazione che può avvenire solo dopo una infinità di passaggi che devono attestare la corrispondenza tra quella sim, il cellulare e il legittimo proprietario. Più facile a raccontarlo che a farlo. Una volta che il sistema ha avuto conferma che tutto è in regola, bisogna poi materialmente chiamare un agente del network scelto e confermare a voce che effettivamente sono io il proprietario di quel cellulare dove è montata quella sim, eccetera eccetera. Per la cronaca abbiamo comprato una sim Aircell con un pacchetto dati illimitato in 5G per 1 mese intero al costo di 4 euro e 50. L’india è il Paese dove la rete cellulare costa meno al mondo. E funziona anche bene. Tutto il processo della sim ci prende mezza giornata. Finalmente ci mettiamo in cammino, nel caldo umido e appiccicoso, direzione mercato dei fiori, il Mallik Ghat market che si tiene sotto l’Howrah bridge. Un ponte in ferro simbolo della città che scavalca il fiume Hooghly, uno dei bracci in cui si ramifica il Gange, anzi quello più a ovest di tutta l’India. Grigio e limaccioso proprio come il fiume sacro dal quale origina. Il mercato dei fiori di Calcutta è uno dei più grandi al mondo, aperto h24 anche se conviene vederlo al mattino. Colori e profumi stimolano vista e olfatto, ogni altro senso si annulla. È solo un primo approccio, avremo tempo di tornare con calma. Usciamo dal mercato e ci incamminiamo verso una delle stazioni ferroviarie, la Howrah Junction Railway Station, poco lontana. Dobbiamo però attraversare tutto il ponte a piedi, tra lo strombazzare ininterrotto di tuc tuc, macchine, camion e ogni altra cosa abbia un clacson. Apro una parentesi. Il clacson, in India, è vita. Non c’è un momento della giornata, un luogo, una situazione dove non ci sia qualcuno che suona il clacson. Anche se da solo in una strada deserta, state sicuri che passato qualche secondo, il clacson si farà sentire. È un modo di vita, dietro i camion è scritto “salva la vita, suona il clacson”. E questo vale per tutta l’India, non ci sono città o luoghi “clacson free”. Z E R O. Se si cerca la pace e la serenità mentale, l’India non è il posto giusto. Torniamo a noi e all’attraversamento del ponte. Come detto fa caldo, umido, lo smog delle auto e più ancora dei camion, gli assistenti dei bus privati che chiamano i clienti per le varie destinazioni in alternativa ai bus ufficiali. Insomma il caos. Alla fine del ponte, vediamo quello che sarà l’errore del nostro viaggio. A pensarci adesso è facile capirlo. In quel momento l’unica cosa che volevamo era una bevanda dissetante che ci levasse quel senso di caldo, disidratazione, stanchezza. Cosa meglio di un venditore di succo di canna da zucchero con il suo baracchino alla fine del ponte? Nulla. Solo la strada più veloce per la dissenteria. Ma siamo talmente assetati che l’eventualità passa in secondo piano. La nostra guida, un uomo indiano dai modi gentili, si offre di pagarci lui il succo. E con questo ci paga i prossimi lunghi giorni seduti al gabinetto a piangere in cinese. Che l’indiano non lo sappiamo… Manco il cinese, ma viene più naturale. I giri di Calcutta si susseguono, passiamo per un caso fortuito dal centro di Madre Teresa che ebbi l’occasione di incontrare proprio qui nel 95, due anni prima della sua morte. Fu molto gentile quando le comunicarono che un giornalista italiano le voleva fare qualche domanda, ma mi chiese la cortesia di non farle foto. Cosa che, per quanto dolorosa come richiesta, rispettai. Oggi il posto è cambiato ma non saprei dire cosa e come. I miei ricordi di allora sono confusi, dovrei rivedere le foto, rigorosamente in diapositiva. La mattina seguente, mentre andiamo a fotografare il mercato delle verdure nella zona di Koley Market, passiamo per caso dal mercato del pesce. Un posto incredibile, assurdo, tantissima gente, tonnellate di pesce sui banchi, grida, gente che si sbraccia, che spinge, che suda. Noi in mezzo a fotografare. Non c’è molto da spiegare in una situazione del genere. Si scatta cercando di scovare volti ed espressioni, frazioni di secondo prima di essere travolti dalla folla per cui noi stranieri siamo solo un corpo estraneo che disturba. Loro stanno lavorando. Noi ci divertiamo, secondo loro. E non hanno tutti i torti. Usciamo dal mercato del pesce dopo un’ora anche se, fossi stato da solo, ci sarei rimasto tutta la mattina. Anzi, forse tutto il giorno. Usciamo inzaccherati di acqua putrida ma con tante immagini negli occhi. E qualcuna buona, forse, anche sul sensore. Solo per entrare, qualche metro dopo, in un altro mercato, questo più scuro, quasi un antro di una qualche oscura fratellanza. È il mercato delle verdure. Altrettanto pittoresco di quello del pesce, ma un “mood” completamente differente. Calcutta continua a svelarsi grazie alla nostra guida, mentre il batterio che ci siamo volontariamente messi in corpo, a nostra insaputa, sta facendo sfracelli nelle nostre difese immunitarie. Andiamo a Kumartuli a vedere artigiani che, nella zona del Govind Dev Temple, costruiscono idoli in formato gigante e li decorano. Uno spettacolo. Calcutta continua a sorprenderci. E ci sorprende anche quando, uno dopo l’altro, dobbiamo alzare bandiera bianca, almeno per un giorno, il momento acuto della e-coli o qualunque altro batterio sguazzasse in quel succo di canna da zucchero che al momento ci è sembrato nettare. Dopo una nottata da incubo, la mattina seguente vado al mattino presto con l’unica superstite che stava ancora bene, ad assistere all’allenamento di lottatori che praticano il “kusti”, una forma di combattimento vecchia di 3000 anni. La “Akhara”, l’arena di allenamento è poco lontana dal mercato dei fiori, proprio sotto il ponte sul fiume Hooghly. Ragazzi e meno giovani si riscaldano con strumenti rudimentali, fanno stretching, saltano per poi simulare un combattimento nella “akhara”. Sono tutti ricoperti di terreno. La loro dieta è strettamente vegetariana e seguono linee guida rigide per la purificazione del corpo. Mentre assisto a questo spettacolo, sudo freddo, la testa mi gira e ho solo la forza di alzarmi per qualche minuto, fare qualche scatto e tornare a sedere. Vedere queste persone che si sforzano, alzano pesi, saltano, combattono, per quanto ammirevoli, su di me provocano una ulteriore sensazione di spossatezza. Mentre stiamo tornando al mercato dei fiori a qualche metro dai lottatori, anche l’ultima sopravvissuta al batterio, dichiara la resa incondizionata e dobbiamo tornare senza indugio in hotel. Purtroppo il giorno seguente, che è pieno di cose da fare e vedere secondo programma, è un “lazzaretto” per i 6 turisti sprovveduti che, nonostante sia scritto a caratteri cubitali in ogni guida e opuscolo sull’India che si rispetti di non bere nulla al di fuori di bottigliette d’acqua sigillate, hanno fatto l’esatto contrario. E lo stanno pagando. Il problema è che finché siamo in hotel col bagno a disposizione, passi. Ma il volo per Delhi, il viaggio da e per l’aeroporto… ce la faremo? Tutti o solo qualcuno? Bella domanda. Lo vedremo nel prossimo capitolo. Abbiate solo un pò di pazienza





































